Omelia 31 dicembre 2017
Festa della Santa Famiglia di Nazareth

Sia lodato Gesù Cristo.

Oggi la Chiesa ha istituito una festa dedicata a un argomento principale e fondamentale, la famiglia.
Oggi, contemplando in modo particolare Giuseppe, Maria e Gesù, ma ci sono posti davanti anche Abramo e Sara, siamo chiamati a porre attenzione alla realtà della famiglia.

Come incipit, come introduzione vorrei dire una cosa scontata, ovvia, banale, su cui però credo ci faccia bene riflettere: la famiglia è ciò che tiene su tutto.
Sono state spese parole importanti al riguardo dal Concilio Vaticano II, parole che servono per dirci qualcosa che sappiamo già: la famiglia è stata definita “chiesa domestica” (Costituzione dogmatica Lumen gentium n.11), simbolo, caparra dell’amore di Dio, luogo principale dove si fa esperienza di questo amore divino, dove lo si sente in maniera particolarmente forte e si impara ad ascoltarlo.
Essendo forse la famiglia il luogo dove passiamo più tempo, il luogo più normale, rischiamo di non sentirlo come straordinario, e invece è lì che il mondo viene salvato, è lì che dobbiamo dare il massimo di noi stessi.
Ci sono tante cose belle, come cristiani anche noi quest’anno stiamo diventando la “Chiesa in uscita”, come cristiani siamo mandati a tutto il mondo, a portare il Vangelo a tutte le genti, ad amare ogni persona che incontri, il che è tutto vero, è tutto profondamente vero; però se questo non parte dall’amore in famiglia, se il meglio di noi non lo diamo a chi ci è vicino, allora diventa sterile andare fuori.

La prima domanda che dobbiamo farci è se stiamo dando il meglio di noi soprattutto a nostra moglie, a nostro marito, ai nostri figli, ai nostri genitori, fratelli, sorelle, parenti; stiamo dando il meglio di noi lì? Perché è lì che siamo chiamati.
Non credo di dire una sciocchezza, ne dico spesso, ma in questo momento sono abbastanza convinto, anche perché è una cosa ovvia ma se ci pensiamo tante cose ovvie ci passano sotto traccia: prendiamo ad esempio il fatto che Gesù su 33 anni ne ha passati 30 in silenzio, in famiglia.
Se ci ha salvati nella sua vita pubblica, nella sua vita ad extra, fuori di casa, ci ha altrettanto salvati stando in casa; ed è stato in casa 30 anni su 33, ha fatto il falegname.
Tutto questo ci dice quanto è importante la famiglia.
Dobbiamo farci queste domande: come va in famiglia? Sto dando il meglio di me stesso, le mie forze le sto spendendo lì?
Perché davanti a Dio è importantissimo.
Termino questa introduzione ridonandoci tre strumenti che il Papa ci ha dato, queste tre parole velocissime che ci ha detto che sono la chiave per aiutare ogni famiglia a
vivere in serenità: “grazie”, “scusa” e “permesso”.
Una famiglia dove si sappia dire “permesso”, cioè si dia spazio all’altro, senza invadersi; una famiglia dove si sappia dire “grazie”, cioè non si dia nulla per scontato e non si viva la logica dell’egoismo, e si sappia chiedere scusa, perché non siamo angeli, e dove c’è amore per forza ogni tanto ci si tocca, perché si è vicini.
È molto facile amare un cristiano cinese che abita nella pianura di Sanjiang, è più difficile amare un cristiano che abita nella stanza di fianco alla nostra, perché lì ci si tocca; il cinese è sicuramente fantastico…
Allora “grazie”, “permesso”, “scusa”.

Traggo il secondo punto dalle letture di oggi, che in particolare ci chiamano ad essere famiglie con al centro la fede.
Abbiamo visto Abramo e Sara (Gn 15, 1-6; 21, 1-3), poi Gesù, Giuseppe e Maria (Lc 2, 22-40): la loro caratteristica fondamentale è che erano famiglie con Dio al centro.
Ed era questa fede in Dio concreta, fatta di ascolto della Parola, fatta di adempimento della Legge (come abbiamo ascoltato dal Vangelo), fatta di fiducia nelle promesse di Dio quello che permetteva loro di vivere le difficoltà che la vita per forza ti presenta.
Era una famiglia con Dio al centro: in una tavola di cinque posti noi aggiungiamo il sesto per Dio, Dio è nella nostra famiglia, è presente, ci fidiamo di lui?

Cosa possiamo imparare da queste famiglie, da Abramo e Sara, da Giuseppe, Maria e Gesù?
Perché a volte rischiano di apparirci distanti.
Chi di noi ha partorito un figlio verginalmente come Maria, o un figlio che fa miracoli?
A chi di noi come ad Abramo è apparso Dio, e allora come facciamo a sentirlo vicino?
Eppure credo che le promesse che Dio ha fatto a lui valgano anche per noi.
Per esempio, Abramo ha creduto nella promessa della discendenza: io credo che avere un figlio, che è anche una scelta, sia sempre un atto di fede.
Quando scegli di avere un figlio come fai a sapere come andrà, come fai a sapere cosa gli capiterà, come fai a promettergli che andrà tutto bene, come fai a sapere come ragionerà?
È un atto di fede.
Nella seconda Lettura (Eb 11, 8.11-12.17- 19) vediamo Abramo che è chiamato a offrire Isacco: siamo famiglie capaci di offrirci l’un l’altro il bene, di non avere paura non perché sappiamo che andrà tutto bene ma perché in definitiva ci fidiamo di Dio?
Abramo ha offerto Isacco: siamo davanti al caso più terribile, la morte del figlio, e Abramo ha continuato a fidarsi perché credeva che Dio è capace anche di risuscitare i morti. Quindi non abbiamo la promessa che andrà sempre tutto bene, sappiamo che non andrà sempre tutto bene; però Abramo è capace di offrire il figlio a Dio, e se leggete la seconda Lettura vedete che quando ha offerto Isacco questo non vuol dire che ha rinunciato a lui, ma vuol dire che ha creduto che Dio risuscita i morti, ha creduto che offrendo
Isacco a Dio non l’avrebbe perduto neanche da morto.

Dobbiamo essere famiglie capaci di vivere la fede, di offrire i nostri familiari a Dio cioè di affidarli a lui; dobbiamo essere famiglie capaci, come nel Vangelo, di consacrare i figli a Dio: vuol dire che non dobbiamo solo vivere la fede ma dobbiamo anche trasmetterla, non dobbiamo solo generare figli, dobbiamo generare figli di Dio.
E questo è anche il nostro compito: dobbiamo insegnare la fede, dobbiamo insegnarci l’un l’altro la fede ma in modo particolare i genitori ai figli, perché non si ha la fede se non è il papà e se non è la mamma a insegnare al figlio ad avere fiducia in Dio, insegnare che è un Dio di cui ci si può fidare, che va ascoltato e non abbandonerà ed è presente nella nostra vita.

Finisco con un aneddoto ebraico (don Erkolano ci racconterà aneddoti africani, io racconto aneddoti israeliani: ognuno pesca dal suo tesoro!).
Gli ebrei fanno così (voi non fatelo): mettono il bambino su un tavolo basso e poi dicono “Vieni da papà”, il bambino si tuffa e il papà lo prende, così impara ad avere fiducia nel papà.
Lo fa una seconda volta e il papà lo prende, una terza, una quarta, una quinta, una sesta e il papà lo prende: “allora mi posso fidare di papà”.
La settima il bambino si tuffa e il papà lo lascia cadere: sono un poco traumatizzati i bambini ebrei…
Qual è il significato, perché lo fanno?
Sapete che il 7 per gli ebrei è la completezza: terminano dicendo “figlio, impara che solo Dio merita 7 tuffi, la fiducia completa e piena del numero 7 è da dare solamente a Dio, neanche al papà e neanche alla mamma”, e trasmettono questo insegnamento.

Il Signore ci doni di essere famiglie dove l’amore regna, con le 3 parole del Papa, famiglie dove Dio trova posto, e che la fede sia vissuta e che la fede sia trasmessa.

Sia lodato Gesù Cristo.

Rosanna Ansani Zappaterra: dall’omelia di don Paolo nella S.Messa delle 9.30
– Parrocchia Immacolata –