Omelia 24 dicembre 2017
IV domenica di Avvento

Sia lodato Gesù Cristo.

Siamo alla quarta domenica di Avvento, che, per un gioco del calendario, quest’anno coincide con la Vigilia, quindi siamo veramente alle porte del Natale.
Ancora una volta siamo posti davanti a questa festa, memoriale di un avvenimento strepitoso che credo vada ad inserirsi in un bisogno profondo che noi abbiamo, che è sostanzialmente il bisogno di non essere soli.
Non sto parlando semplicemente della solitudine, che chiaramente è una delle cose che può spaventare di più, la solitudine profonda; in questo momento mi riferisco al non essere soli nelle difficoltà, al non essere soli quando pensiamo al futuro, a quello che ci aspetta, al non essere soli in modo da avere speranza, insomma all’avere qualcuno di cui fidarsi.
Si dice che noi cristiani dobbiamo essere persone di gioia, dobbiamo essere persone di speranza: se però questa speranza, questa gioia sono fondate sul nulla, se la nostra gioia non è fondata su qualcosa, ma siamo gioiosi perché è obbligatorio esserlo, allora chi ci guarda rimane sconcertato, magari pensa che abbiamo “fumato” qualcosa…
La nostra gioia è nata e deve nascere, deve trovare il suo motivo nel fatto che il Signore è presente.

Abbiamo ascoltato la prima Lettura (2 Sam 7, 1-5.8b- 12.14a.16): perché Israele nonostante tutto quello che accadeva non perdeva mai la fiducia? Perché non si è mai sciolto come popolo?
L’impero romano si è sciolto, gli etruschi si sono sciolti, perché Israele no?
Perché nonostante tutto quello che poteva avvenire, sia per il popolo che a livello individuale, non perdevano la speranza.
E ne hanno subite di grosse…
Anche nella storia della Chiesa ne sono successe di grosse, persecuzioni, eccidi, eppure non si perdeva la fiducia, perché Dio è con noi.
Questa è la speranza: non siamo soli, non lo siamo nel senso più profondo del termine: qualunque cosa ci possa accadere, qualunque analisi statistica possa dipingere un futuro
tenebroso, la nostra fiducia si fonda sul fatto che Dio non ci abbandona, che Dio cammina in mezzo a noi.
Questo è il punto: noi non crediamo in un Dio che è lassù nei cieli e resta là, noi crediamo in un Dio che è sceso, in un Dio a cui interessiamo, a cui stiamo a cuore, che prende su di sé tutto.
Se così non fosse, allora a volte, di fronte a quello che la vita ci mette davanti, di fronte al nostro pensare a quello che ci aspetta non è facile essere fiduciosi, non è facile essere gioiosi o avere speranza.
Questo è il punto, che Dio è con noi, Dio è presente, si interessa, è intervenuto e continua a intervenire.
Questo è sostanzialmente il significato della prima Lettura: Davide dice Signore, io ti voglio fare una casa perché desidero che tu sia in mezzo a noi, ti faccio un tempio nuovo in modo che il mio cuore non si stacchi più, io so che tu sei qui, so che se entro lì tu ci sei, se prego tu mi ascolti e allora non sono solo, so che tu sei presente.
Ed è qualcosa che anche noi abbiamo, abbiamo questo edificio che risponde a questo bisogno: noi sappiamo che entrando qui c’è l’Eucarestia, entrando qui c’è una presenza tutta speciale di Dio, Dio è presente e sappiamo dove trovarlo.
Questo era il desiderio di Davide e questo credo sia il desiderio che risponde in profondità al nostro bisogno di avere qualcuno su cui fondarci con fiducia.
Ma il Signore dice

Bene, il tempio sarà costruito, bene che abbiate una chiesa, bene che abbiate un luogo nel quale sappiate che mi trovate, però ricordate alcune cose.

Ed ecco la sua risposta a Davide:

Tu mi costruirai una casa? Io costruirò una casa a te, perché sono stato con te sempre, ho sconfitto davanti a te tutti i nemici, ti ho accompagnato dovunque sei andato, e se l’ho fatto continuerò a farlo.

Il primo insegnamento è questo.
Abbiamo il desiderio che Dio sia con noi e a volte pensiamo che la presenza di Dio, l’amore di Dio dobbiamo guadagnarcelo, dobbiamo fare qualcosa perché lui resti con noi: se sbagliamo, se non ce lo meritiamo allora lui se ne va, lui non scende più.
La presenza di Dio e il suo amore non ce li dobbiamo guadagnare, Dio ci ama non perché siamo bravi, ci ama perché lui è buono, e questo non lo può togliere nessuno.
Domani è Natale per tutti noi, che lo vogliamo o no, che ce lo meritiamo o no.

Abbiamo ascoltato il Vangelo (Lc 1, 26-38): l’angelo va da Maria, Maria non lo ha chiesto e non è scritto che se lo meritasse, anzi dirà in seguito ha guardato l’umiltà della sua serva (Lc 1, 48), ha guardato la sua povertà.
L’amore di Dio è gratis, è per ognuno di noi gratuitamente e nessuno ce lo può togliere.
Perciò guardiamo con fiducia al Natale che viene, alla presenza di Dio per tutti noi.
Il secondo insegnamento credo sia questo.

Davide chiede di costruire una casa, ma il Vangelo ci fa vedere qual è la vera casa dove Dio va: è Maria, è l’uomo.
Questo edificio è bellissimo, ha una funzione grande, ma l’obiettivo ultimo è che Dio nasca in noi.
Dio non vuole stare qui in questo edificio chiuso, vuole entrare nelle nostre vite: è entrato in Maria, ha preso carne nel suo grembo e allo stesso modo desidera prendere carne nelle nostre vite concrete, desidera che siamo noi la sua casa.

Vi dico una cosa che probabilmente sapete già: la chiesa dell’Immacolata non è questo edificio, siamo noi, siamo noi le pietre vive dove Dio vuole andare.

Concludiamo guardando a Maria.
Noi che cosa dobbiamo fare?
Dobbiamo accogliere, non ce lo dobbiamo meritare, ma lo dobbiamo accogliere, dobbiamo come Maria dire di sì.
Come ha accolto Maria?
Si chiedeva che senso avesse un saluto come questo (Lc 1, 29), si chiedeva il significato, si faceva delle domande.
Aver fede non vuol dire non farsi domande, perché davanti a cose così grandi è normale che le domande siano suscitate.
Allora mettiamoci davanti al presepe e facciamoci queste domande: che senso ha quello che sta accadendo?
Il che non vuol dire non credere, vuol dire cercare di capire il significato profondo.
Chi è quel Bambino che è Dio, cosa significa per me e per tutti noi?

Infine Maria si chiede Come avverrà questo? (Lc 1, 34), cosa devo fare per essere casa di Dio, cosa devo fare per collaborare con la tua grazia, Signore?
Tu vuoi venire in me, cosa posso fare perché questo avvenga, cosa vuoi che io faccia perché possa essere tuo tabernacolo nel mondo intero?
Che il Signore ci aiuti a capire come collaborare per essere veramente sua casa, in modo da portare la sua gioia nel mondo intero.

Sia lodato Gesù Cristo.

Rosanna Ansani Zappaterra: dall’omelia di don Paolo nella S.Messa delle 9.30
– Parrocchia Immacolata –