Omelia 17 dicembre 2017
III domenica di Avvento

Sia lodato Gesù Cristo.

Oggi abbiamo ascoltato la prima lettura (Is 61, 1-2.10- 11), la seconda 1Ts 5, 16-24), il Vangelo (Gv 1, 6-8.19- 28)) con l’intermezzo del Salmo che riprende il Magnificat (Lc 1, 46-54), e, sostanzialmente, il cuore del messaggio che ci è stato donato è incentrato su due parole: la prima è gioia, la seconda è testimonianza.
È proprio su queste due parole che vorrei condividere una riflessione che in realtà “rubo”, nel senso che ci sono due grandi nostri fratelli che ci hanno preceduti, molto distanti uno dall’altro, a una distanza di almeno millecinquecento anni, che riguardo a questi due argomenti hanno detto cose bellissime, che ormai fanno parte del tesoro della Chiesa.
Vorrei, dunque, con voi ritirarlo fuori questo tesoro.

Riguardo alla testimonianza ritiro fuori il discorso che fece sant’Agostino nei primi secoli del cristianesimo (S. Agostino, Discorso 293/D Sul Natale di san Giovanni Battista); riguardo alla gioia, invece, lo spunto è di don Tonino Bello.
Vi dico quali sono le fonti perché se a casa voleste andare a vedere questi discorsi meravigliosi non sarebbe cosa malvagia.
Vorrei però introdurre questi due spunti di sant’Agostino e di don Tonino Bello con la domanda che fanno a Giovanni Battista, perché credo che sia una domanda che ci deve
interpellare.

Nelle domeniche scorse noi già siamo stati interpellati: riguardo a Gesù, tu chi dici che sia il Signore? Chi è Gesù per me, chi è Gesù per te?
In base a questa risposta la nostra vita cambia.
Oggi, però, ci viene fatta un’altra domanda alla quale dobbiamo dare risposta: riguardo a te stesso, tu chi sei? Cosa dici di te stesso?
È una domanda che se presa sul serio già basterebbe, l’omelia sarebbe finita qui.
Cosa dici di te stesso, chi sei tu?
Se dovessi parlare di me, chi sono io, come va il rapporto con me stesso?
Siamo capaci di amarci, abbiamo stima di noi stessi, una stima profonda, data dal fatto che riconosciamo di essere un progetto meraviglioso di Dio, che riconosciamo il fatto di essere chiamati – oggi lo ascoltiamo – “luce del mondo”?
Ci riconosciamo figli amati?
Perché tante volte parliamo, giustamente, di non giudicare, di perdonare, di amare, sempre giustamente rivolto al fratello; ma, rivolto a noi stessi, siamo in grado di applicarlo?
Perché tante volte quando si parla di non giudicare, quando si parla di amare, quando si parla di stimare il punto più difficile è farlo con se stessi: perdonare se stessi, amare se stessi, avere un rapporto di stima verso di sé.
“Ama il prossimo tuo come te stesso”: se non ami te stesso, se non sei in pace con te, se non sai rispondere con amore alla domanda “tu chi sei?” allora sarà difficile che uno sia capace di amare il prossimo.
Questo è un primo spunto.
Tu chi sei? Giovanni Battista ha dato una risposta strepitosa, che credo valga per ognuno di noi: Io sono voce (Gv 1, 23).
Dandovi lo slogan voi capite subito dove voglio arrivare: Giovanni Battista è voce, Gesù è Parola.
Voi capite che rapporto c’è tra la voce e la parola: non esiste una senza l’altra.
La parola nasce già nella testa, io penso una cosa e ce l’ho; ma se questa parola pensata non diventa voce, non arriva all’altro.
La parola senza la voce semplicemente rimane non detta, viceversa la voce, questo strumento comunicativo, senza la parola è un suono inarticolato che non porta nessun messaggio. Questo è il rapporto che lega Giovanni Battista, che è il testimone, che non è la luce, ma deve testimoniare la luce, e, quindi, non si deve credere in lui, ma credere attraverso di lui, a Gesù.
Questo è il rapporto che deve unire noi come comunità a Gesù: noi siamo voce, il Signore è la nostra Parola.
In un certo senso il Signore ha bisogno di noi: la sua Parola, se noi non la diciamo al mondo con il nostro modo di comportarci e il nostro modo di vivere, se la nostra vita concreta non è voce che trasmette la sua Parola, molte persone non potranno ascoltarla.
Se voi ci pensate, ed è una cosa che mi commuove molto, il Signore che appunto è il Signore, che poteva fare tutto da solo, è forse la persona che da sola ha fatto meno: non ha scritto nulla, l’evento più grande della storia è capitato in un angolino del mondo – all’epoca c’era l’impero romano, chi conosceva la Galilea? – e la sua vita pubblica è durata tre anni senza che fosse detto e scritto nulla.
La Parola è stata estremamente silenziosa!
Sono stati necessari, lo ripeto, necessari testimoni che portassero questa Parola al mondo attraverso la loro vita.
Allora il Signore oggi ci dice “ho bisogno di voi, ho bisogno che le vostre vite portino la mia Parola al mondo”.
Allora possiamo chiedercelo: la nostra vita è voce che parla, qual è la parola che trasmette?
Le nostre vite trasmettono quella Parola?
Perché il Signore ha bisogno di noi, ma anche noi abbiamo bisogno di lui.
Se è vero che la nostra vita è voce, che noi viviamo perché siamo comunicazione gli uni con gli altri, siamo in relazione gli uni con gli altri e possiamo farci del bene a vicenda e possiamo farci del male a vicenda; se non è la sua Parola che dà una direzione e dà un senso alla nostra vita, questa rischia di essere una vita che non dice nulla.
C’è questo rischio: una vita che passa, ma non ha detto nulla, ha detto parole umane, ma non ha detto quelle Parole che danno la vita eterna.

Il secondo punto è quello che “rubo” a don Tonino Bello: se andate a cercare su Internet scrivete “auguri scomodi per Natale”.
Vogliamo essere testimoni della gioia, ma c’è un paradosso: gli studiosi di sociologia dicono che Natale è il periodo in cui i suicidi aumentano, in cui la depressione la fa da padrone e in cui aumenta il pianto, anche se non si sente in mezzo alle luci, ai regali e alla pubblicità.
La gente che sta male non vede l’ora che passi il Natale perché è insopportabile: questo è un dato di fatto.
Io mi sono chiesto il perché: probabilmente perché a chi sta male viene sbattuto in faccia che sta male, vedo le famiglie riunite e io non ce l’ho più, magari un figlio non c’è più; vedo la gente che si può permettere grandi cenoni e grandi feste e io non posso permettermelo, non ho nulla.
È il Natale consumistico, il Natale dei ricchi.
Don Tonino Bello alla sua comunità ha detto “vi auguro un Natale scomodo”, un Natale che sappia vedere Gesù che è nato in una mangiatoia, che è nato in una situazione di guerra, che è nato povero.
Abbiamo ascoltato Isaia: io sono venuto a portare il lieto annuncio ai poveri, ai cuori spezzati, agli schiavi, ai prigionieri (Is 61, 1), il Natale è per loro, il Natale è per gli ultimi.
Non dovrebbero essere al centro i regali, gli sprechi, il consumismo, dovrebbe essere al centro chi non ha nulla.
Voi sapete che quella Lettura di Isaia nella cultura ebraica era riferita al giubileo.
Nel giubileo degli Ebrei tutti rinunciavano a quello che avevano e si metteva tutto in comune per i poveri; questo era il giubileo e questo è stato il Natale del Signore, soccorrere gli ultimi.
E se gli ultimi siamo noi, se qualcuno di voi volesse dire “sono io in questo stato”, allora beato te perché il Signore è nato soprattutto per te, è il povero che il Signore mette al centro.

Che il Signore ci aiuti ad essere ancora una comunità che vive il Natale con gli occhi rivolti soprattutto a chi sta male.
Io credo che la gioia del nostro Natale cristiano sia qui.
Anche in questo caso c’è un fraintendimento: il mondo non ci propone un Natale di gioia, quello che ci propone il mondo, quello che ci propone la pubblicità è un Natale ubriaco, una gioia data dall’ubriachezza, dal consumo delle cose.
Non è gioia, è piacere, il piacere che ti può dare l’alcool, che ti può dare la droga, i soldi…
Un piacere, ne facciamo esperienza tutti, vigoroso, bellissimo ma che quando passa ti lascia uno straccio.

Il Signore ci vuole dare la gioia, quella profonda data solo dalla carità, dalla vita condivisa, dall’amore messo in circolo, l’amore vero che sa farsi condivisione di vita.

Sia lodato Gesù Cristo.

Rosanna Ansani Zappaterra: dall’omelia di don Paolo nella S.Messa delle 9.30
– Parrocchia Immacolata –