Omelia 16 luglio 2017
XV domenica T.O.

La Messa di oggi è celebrata per il defunto Bruno.

Noi oggi potremmo fare due cose: potremmo stare zitti e rileggerci per conto nostro il Vangelo (Mt 13, 1-23), tanto Gesù stesso lo spiega, oppure potremmo farci delle domande, per esempio: perché Gesù racconta questa parabola? Che significato dà Gesù a questa parabola?
Poi potremmo chiederci: le prime comunità cristiane e noi oggi quale significato diamo a questa parabola?

Ecco, io ho scelto questa seconda possibilità, perché credo sia importante per noi, prima di tutto, comprendere che cosa ha detto Gesù e, poi, che cosa questa parabola produce in noi che viviamo oggi, dopo duemila anni, come ha prodotto nelle comunità cristiane di allora.

Intanto vi suggerisco una lettura vostra della prima e della seconda Lettura.

Il brano del profeta Isaia (Is 55, 10-11) è di una bellezza unica: il tema è l’efficacia della Parola di Dio, che è efficace sempre.

Il profeta Isaia la immagina come una pioggia che scende dal cielo e rimane sulla terra per fecondarla.
Con tutta questa siccità che c’è, non vengono i prodotti dei campi, manca la pioggia, i nostri campi sono secchi, le piante non danno i frutti, l’erba non cresce…
La Parola di Dio è una pioggia che scende dal cielo e rimane sulla terra finché produce quello per cui è stata mandata, poi, secondo una visione atmosferica particolare, ritorna in cielo per ricaricarsi.

Nella seconda Lettura (Rm 8, 18-23), san Paolo parla delle sofferenze che noi abbiamo, che non sono a tempo indeterminato e neanche fini a se stesse.

A volte noi intendiamo le sofferenze come castighi: ma la sofferenza non è mai un castigo, è un metterci insieme a Cristo e con Cristo convertire il mondo, visto che Gesù ci ha convertiti con la sua sofferenza.
È un legame straordinario fra noi e Cristo.
Voi potreste dire: “ma il Signore non poteva trovare un altro modo?” No, il Signore è passato attraverso il dolore e attraverso la sofferenza.
Quindi ricordate: la sofferenza non è mai un castigo, fa parte della vita dell’uomo, perché il nostro corpo è fatto in un certo modo e la nostra vita procede in un certo modo.

E poi c’è Gesù che racconta questa parabola.

Immaginate Gesù che cammina per la strada o sulla riva del lago di Galilea, che chi è stato in Terrasanta conosce.
Immaginate Gesù che cammina lungo la spiaggia e la gente vede Gesù e va ad ascoltarlo, si raduna per ascoltarlo.
Si radunano tante persone, tanto che Gesù non ha voce per farsi sentire, non ha il microfono e non ha strumenti che amplifichino la voce.
Allora la gente si mette sul crinale, sulla spiaggia, e Gesù prende una barca e va un po’ in mezzo al lago.
È furbo Gesù, conosceva già le tecniche della comunicazione: parlando davanti a un po’ di acqua, l’acqua fa da trasmissione e fa arrivare in fondo il messaggio.
Gesù racconta la parabola del seminatore.

Noi leggiamo questa parabola anche nelle versioni degli altri evangelisti (Mc 4, 1-20 e Lc 8, 4-15), ma questa di Matteo (Mt 13, 1-23) è particolare, perché Gesù non ci dice quello che dicono gli altri, che il seminatore è Dio e il seme è la sua Parola.

Nel versetto dell’Alleluia di oggi abbiamo detto Il seme è la Parola di Dio, il seminatore è Cristo; quindi, se leggiamo prima questo versetto o qualche capitolo precedente del Vangelo di Matteo, noi comprendiamo che Gesù è il seminatore.

La prima cosa evidente è che il seminatore è un seminatore sprecone perché non ha un atteggiamento di risparmio, è un seminatore che semina la semente ovunque.
Uno potrebbe dirgli “cosa vai a seminare sui sassi o fra i rovi?”
Gesù semina ovunque, parla ovunque, annuncia ovunque e annuncia in maniera straordinariamente grande, non si riserva, non si limita ad alcuni, ma vuole parlare a tutti.

In precedenza abbiamo visto che Gesù parla agli scribi, ai farisei, parla a quelli che lo ascoltano e a quelli che non lo ascoltano: Gesù non si risparmia nell’annunciare la Parola.

Gesù vuole farci capire non tanto che c’è chi ascolta e chi non ascolta, ma vuole farci capire che quando uno ascolta la Parola di Dio, e la segue, il suo prodotto diventa eccezionale, il 100 per uno, il 60 per uno, il 30 per uno.
Non è un puntare il dito contro quelli che non ascoltano, ma è un elogiare chi ascolta.

Gesù dice che se uno non vuole ascoltare non ascolta; noi abbiamo un proverbio, “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.
Se il terreno, cioè la persona che ascolta, si comporta come l’asfalto, non produce niente; avviene lo stesso anche se uno ascolta pieno di un entusiasmo che non dura, come quando si torna a casa da un pellegrinaggio o quando si prega per un nostro familiare in ospedale e promettiamo cinquantamila cose, poi torniamo a casa e dopo tre giorni, cinque giorni, un mese ci dimentichiamo di quello che abbiamo ricevuto.
Oppure ascoltiamo la Parola di Dio e vogliamo fare cinquantamila cose, ma poi abbiamo altre preoccupazioni, il denaro, il vivere ogni giorno, e ci dimentichiamo l’annuncio della Parola.

Invece l’agricoltura di quel tempo diceva che quando c’era un raccolto abbondante da un chicco di grano ne potevano nascere 10, nella spiga bastano 10 chicchi, e se arrivavano 10 chicchi per spiga il raccolto del contadino era enorme.

Gesù dice da un chicco 30, da un chicco 60, da un chicco 100: una produzione straordinariamente abbondante.

Questa è l’efficacia della Parola di Dio.

Gesù dice questo per rincuorare i suoi apostoli e per rincuorare anche noi: non dobbiamo avere paura se siamo un piccolo gregge, la cosa fondamentale è che ascoltiamo la Parola del Regno, la
viviamo, apriamo il nostro cuore e lasciamo a questa Parola la possibilità di fruttificare, perché, come dice Isaia, questa Parola fruttifica da sé, non ha bisogno di noi, ha bisogno di trovare in noi la possibilità di costruire.

Gesù dice questo ai suoi apostoli e alle persone che stanno ad ascoltarlo: se uno non ascolta non produce niente, diventa inutile, mentre chi ascolta offre a Dio l’opportunità di costruire cose eccezionali.
Questo dice Gesù ai suoi apostoli nella parabola del seminatore.

Poi passa il tempo, Gesù muore e risorge e si formano le prime comunità cristiane, che rileggono questa pagina della scrittura in maniera un po’ diversa, pur avendo consapevolezza dell’efficacia della Parola di Dio.
Dicono per esempio: “come è possibile che un discorso così bello, così straordinario, così efficace, così carico di libertà da tanti non venga ascoltato?”

Anche noi oggi ci chiediamo “ma perché tante persone non ascoltano e non credono a Gesù?”
Oppure vediamo l’esperienza di alcuni che partono sparati, sono pieni di entusiasmo e questo entusiasmo si svuota.
Oppure ci sono quelli che ascoltano e poi a un certo punto fanno scelte diverse; ad esempio, sono bravissimi a catechismo, lo frequentano fino alla terza media, ricevono la Cresima e poi salutano tutti, “ci vediamo quando ci sposiamo o quando moriamo”, e si dimenticano apparentemente del discorso di Gesù.

Il primo pensiero, per noi come per le prime comunità, è allora “come mai un annuncio così bello viene accettato così poco? Perché un annuncio così bello non ci coinvolge, ci lascia indifferenti, ci mette nella condizione di farne a meno?”

Quando ero in seminario leggevamo la rivista “Russia cristiana ieri e oggi” del Centro Studi Russia Cristiana (un gruppo di religiosi che si preparavano ad andare in Russia quando il governo l’avrebbe consentito), nella quale era spiegato l’atteggiamento ateo di questa nazione. I gerarchi dell’URSS avevano verificato che finché avevano combattuto il cristianesimo il numero dei fedeli era aumentato: l’URSS era lo stato in cui c’erano più Bibbie, e mica le stampavano! Se le trascrivevano a mano.
Allora ai tempi di Kruscev dissero “la religione non esiste” e cominciarono a non parlarne più, e di punto in bianco ci fu il picco verso il basso di gente che non credeva più.
È sempre stato così: pensate che a 300 anni dalla morte di Gesù l’imperatore Costantino dovette
emanare l’Editto di tolleranza dei cristiani perché la stragrande maggioranza dei sudditi dell’Impero erano cristiani.
Oggi la religione non è un problema, la fede non è un problema, meno se ne parla meglio è, e noi diventiamo un popolo di atei, un popolo di indifferenti.

Ecco la parabola del seminatore.

I cristiani di oggi, come quelli di allora, si meravigliano che un discorso così bello non venga accettato; però allora come oggi la parabola ci dice che se qualcuno risponde in maniera generosa, risponde in maniera straordinaria, si fida della Parola di Gesù il risultato è enorme, il risultato coinvolge il mondo, il risultato diventa esplosivo.

Noi siamo chiamati a questo, ad essere persone entusiaste, persone che vivono la realtà del Vangelo e lo ascoltano, che non si fanno fuorviare, che non si fanno prendere per il naso da nessuno ma che vivono la Parola di Dio.
Il risultato è il 100 per uno, il 60 per uno, il 30 per uno.
A noi il compito di rendere visibile la Parola di Gesù.

Rosanna Ansani Zappaterra: dall’omelia di don Giovanni nella S.Messa delle 8.00
– Parrocchia Immacolata –