Omelia 10 dicembre 2017
II domenica di Avvento

Sia lodato Gesù Cristo.

Oggi credo che le Letture ci pongano davanti a un invito e a un’occasione che siamo invitati a non perdere.
A cosa mi riferisco?
Leggo l’inizio del brano del Vangelo (Mc 1, 1-8):
Inizio del Vangelo di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (Mc 1, 1).
Siamo davanti alla parola “inizio”: nella Bibbia questa parola ha più potenza di quella che acquista in italiano.
È la parola con cui inizia la Bibbia stessa, nella Genesi: In principio – all’inizio – Dio creò il cielo e la terra (Gn 1,1).
È la stessa parola con cui inizia il Vangelo di Giovanni: In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv 1, 1).
Anche oggi riascoltiamo questa parola, “inizio della Buona Novella”.
Quando è riferito al Vangelo, quando è riferito all’operato di Dio, l’inizio è sempre l’esordio di qualcosa di nuovo, è sempre l’esordio di una creazione nuova: le cose vecchie sono passate, ne sorgono di nuove.
Siamo chiamati a non lasciar passare questo inizio come acqua su un impermeabile, è un invito a rimetterci in cammino: sta iniziando nuovamente un Vangelo, sta di nuovo iniziando per noi l’annuncio della Buona Novella.
Non è cosa da poco, perché in italiano anche la parola “buona notizia” è all’acqua di rose: buona notizia è che la Spal batte la Juve…c’è già stata l’andata, ma c’è speranza per il ritorno…è una buona notizia, ma non cambia la nostra vita, non la trasforma.

Il Vangelo non è semplicemente una buona notizia bella da ascoltare, è un qualcosa che ci trasforma.
È quello che dice il profeta Isaia (Is 40, 1-5.9- 11), ed è bellissimo che la Chiesa colleghi queste due letture.
Avete ascoltato: Consolate, consolate il mio popolo (Is 40, 1).
Il Vangelo è una profonda consolazione!
Anche qui, quando è Dio a consolarci non è la consolazione umana.
Che cosa vuol dire per noi uomini consolare?
Al massimo, quando davvero la vita si fa dura, quello che noi possiamo fare per consolare è stare vicini, è dare una parola buona, una pacca sulla spalla, passare un po’ di tempo insieme, ma non abbiamo il potere di cambiare le cose, non abbiamo il potere di cambiare una situazione malvagia in buona.
Quando è Dio a consolare non è semplicemente una parola buona, è un intervento potente che ci salva davvero, entra nel nostro deserto e lo trasforma in giardino.
Siamo invitati a questo: “inizio della Buona Novella”, stiamo per ripartire ad ascoltare il Vangelo che ci può davvero consolare in questo senso potente, può trasformare la nostra vita, le nostre sofferenze, i nostri deserti in giardino.

E qual è la notizia bellissima alla quale siamo chiamati, che cos’è che ci viene annunciato?
Che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio.
Questo è lo scopo, alla fine noi siamo questo.
Stiamo vivendo un momento di passaggio nella nostra comunità e io sono rimasto ammirato nel conoscervi e nel vedere tutte le cose belle che fate, avete preparato un organigramma in cui si vede tutto l’operato che si fa in parrocchia, questa macchina bellissima dove c’è una vitalità creativa.
Però, se io dovessi dirvi chi siamo noi, ecco, quello che noi siamo in sintesi è una comunità di fede.
Questo siamo, non siamo una onlus, non siamo un gruppo semplicemente di amici, siamo una comunità che riconosce in quel Gesù che è il Cristo il Figlio di Dio.
Allora vorrei condividere con voi brevemente una riflessione.

Quando siamo davanti a questo inizio, quando ripartiamo nell’ascolto di questo annuncio ci sono tre rischi, tre pericoli che possono farci inciampare, possono bloccare l’ascolto di questa Buona Notizia.
I tre rischi sono:

a) dire “lo so già”
b) dire “non ci credo più” o “non lo desidero più sotto sotto”
c) la mancanza di disponibilità alla conversione.

a) Il primo rischio è “lo so già”.
Io lo so già che Gesù è il Cristo, lo so già che Gesù è il Figlio di Dio.
Durante l’anno ascolteremo quanta fatica fanno i discepoli a capire chi è Gesù, chi è Gesù per me, chi è Gesù per noi; ed è una fatica che ci accompagna.
Non cadiamo in questa trappola, non è vero che lo sappiamo già: se noi lo sapessimo già in pienezza, con solidità, non avremmo più paura di nulla, non avremmo più bisogno di nulla perché avremmo la fede che sposta le montagne, avremmo consapevolezza che Gesù è nostro amico e ci ha già salvati sulla Croce.
Per come siamo fatti, noi abbiamo bisogno di sentircelo ripetere sempre, ne abbiamo bisogno perché siamo fatti così.
Allora iniziamo questo nuovo viaggio e lasciamocelo riannunciare che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio per noi, per me, e che ci dà la salvezza.

b) Il secondo rischio è quello di non crederci più tanto, ed è quello che ci dice Pietro nella seconda lettura (2 Pt 3, 8-14): Ricordatevi che davanti a Dio un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno (2 Pt 3, 8).
Cioè noi ascoltiamo queste promesse bellissime dei Vangeli e per accoglierle ci vuole la fede, ma per custodirle ci vuole la pazienza e la perseveranza.
Dobbiamo essere persone capaci di aspettare, di vivere nel tempo, e i tempi di Dio non sono i nostri: le sue promesse si compiono, è sicuro, sul quando e sul come è affar suo. Noi dobbiamo essere persone capaci di aspettare, capaci di vivere queste virtù della perseveranza e della pazienza, che sono le virtù che custodiscono l’annuncio che ci è stato dato.
E un altro pericolo subdolo è il non desiderarlo più: perché se la vita è dura e allora ci vuole la pazienza, il mondo è anche allettante, ci offre consolazioni.
È il brano della prima lettura: Isaia sta parlando a un popolo che vive a Babilonia e a Babilonia sotto sotto si trova bene, ha trovato lavoro, ha trovato famiglia, ha trovato la sua comfort zone, si è fatto il suo nido e si è accontentato, non sa più aspettare le promesse di Dio.
Sotto sotto non gli interessano più perché si è seduto a Babilonia, si è accontentato di quello che Babilonia gli offriva.
Che Dio ci doni di essere persone che non si accontentano, che sanno sognare, che sanno puntare in alto, che sanno puntare ai progetti di Dio che sono maestosi per ognuno di noi e per la nostra comunità.
Persone che sanno aspettare perché hanno desideri grandi, non seduti.

c) L’ultimo rischio è che se accogliamo il ruolo di essere ascoltatori del Vangelo dobbiamo sapere che il Vangelo ci trasforma.
Abbiamo ascoltato il profeta Isaia che parla di Giovanni il Battista: battesimo di conversione, valli che vanno colmate, monti che vanno abbassati.
Il Vangelo ci rende persone nuove: è come l’oro, che per essere bello va levigato, va messo nel fuoco.
Se accogliamo il nostro Dio, Lui ci trasforma, ed è una cosa bellissima, ma anche un po’ dolorosa, perché tante volte il Signore non ci dice quello che ci piace ascoltare, ci dice quello che ci serve, che manca al cuore, quello che ci aiuta, quello che ci salva.
Che il Signore ci doni di essere persone disponibili alla sua opera, in modo che possa fare il suo capolavoro.
Che il Signore doni a tutti noi di essere una comunità che sa di non sapere già tutto, che è disponibile ad ascoltare di nuovo questo annuncio, una comunità che non si è seduta, ma che sa puntare in alto e sa accogliere il grande progetto di Dio, disposta ad accogliere Dio e la trasformazione che lui compie, in modo che possa consolarci e trasformare il nostro deserto in un giardino perenne che non appassirà mai.

Sia lodato Gesù Cristo.

Rosanna Ansani Zappaterra: dall’omelia di don Paolo nella S.Messa delle 9.30
– Parrocchia Immacolata –